Intervista a Carlo Petrini sul dopping - Calcio Ducale

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Intervista a Carlo Petrini sul dopping

 
 
 

28/12/2011

  

"Carlo Petrini"
Il dopping nel calcio negli anni 70

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CARLO PETRINI, IL CENTRAVANTI DI GENOA, MILAN, ROMA, TRA I PROTAGONISTI DEL PRIMO CALCIOSCOMMESSE, QUELLO DEL 1980. A 63 ANNI ORMAI CIECO E DISTRUTTO DA TUMORI AL CERVELLO, AL RENE E AL POLMONE, VUOTA IL SACCO DEI BRUTTI RICORDI


Servizio di Malcom Pagani e Andrea Scanzi

Gli è rimasto qualche desiderio. "Mi piacerebbe bere un caffettino". Ottiene una brodaglia nerastra allungata con l'acqua. Un fondo in cui leggere e diluire passato e presente. Il campo adesso è un divano, la mobilità un'illusione e l'orizzonte un muro di nebbia.
l'ex calciatore CARLO PETRINI
"Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. È stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche".
Carlo Petrini Nel fango del Dio Pallone
Ieri, abbattuto dalla leucemia se n'è andato anche Sergio Buso. Saltava da portiere nella Serie A degli anni 70. Quella raccontata da Carlo Petrini.
Vinse, perse, barò. Scrisse libri su doping e calcioscommesse. Fece nomi e cognomi. Rimase solo. Il Carlo Petrini di ieri non c'è più. Il corpo che un tempo gli serviva per conquistare amori di contrabbando e tribune esigenti tra San Siro e il Paradiso, è un quotidiano inferno che gli presenta conti con gli interessi e cambiali da scontare.
A 63 anni, con il vento che scuote Lucca e non lo accarezza più, non c'è Natale o epifania possibile. A metà conversazione, mentre lamenta l'abbandono di chi un tempo gli fu amico: "Ciccio Cordova, Morini, non mi chiama più nessuno", un segno. Squilla il telefono. La voce di Franco Baldini. Il dirigente della Roma. Il nemico di Luciano Moggi. Petrini gli parla: "Ho fatto molta chemio. Sto cercando di superare il male. Io spero, Franco. Spero ancora". Poi lacrima. In silenzio. Rumore di rimpianto. E di irreversibile.
Carlo Petrini
Petrini, come si racconterebbe a chi non la conosce?
Un presuntuoso. Un coglione. Uno che credeva di essere un semidio e morirà come un disgraziato. Ero bello, forte, ricco, invidiato. Avevo tutto e ora non ho niente.
Perché?
I miei errori iniziarono a metà dei '60, al Genoa. Siringhe. Sostanze. La chiamavano la bumba. Avevo 20 anni. Non smisi più. Il nostro allenatore, Giorgio Ghezzi, ex portiere dell'Inter, ci faceva fare strane punture prima della gara. Un liquido rossastro. Se vincevamo, si continuava. Altrimenti, nuovo preparato.
carlo petrini ipallonari cover
Cosa c'era dentro?
Mai saputo. L'anno dopo, disputammo a Bergamo lo spareggio per non retrocedere in C. Il tecnico Campatelli scelse cinque di noi come cavie. Stesso intruglio per tutti. Eravamo indemoniati. La punta, Petroni, sembrava Pelé. Vincemmo 2-0 e, in premio, ebbi il trasferimento al Milan.
Perché non vi ribellavate?
Venivamo da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di tetano. Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro, in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un giorno sì e l'altro anche.
franco baldini is back foto mezzelani gmt
Quindi continuò ad assumere sostanze proibite?
Ovunque andassi. A Roma il massaggiatore ce lo diceva ridendo: ‘A ragà, forza, fa parte der contratto'. A Milano, dove mi allenava Rocco, feci invece i raggi Roengten per guarire da uno strappo muscolare. Non so se Nereo sapesse. Con me aveva un rapporto particolare: ‘Testa de casso, se avessi il cervello saresti un campiòn'.
Di radiazioni Roengten, secondo la famiglia, morì anche Bruno Beatrice.
Fu mio compagno a Cesena, Bruno. Se ne andò a 39 anni, a causa di una rara forma di leucemia, tra agonie e sofferenze atroci. Come tanti, troppi altri.
Franco Baldini
Si muore di pallone?
Hanno sperimentato su di noi. Non ci curavano, ci uccidevano. Vorrei sapere con quali ausili gli eroi contemporanei disputano 70 incontri l'anno.
Lei insinua.
Affermo, ma non ho le prove. Nonostante l'impegno di Guariniello, hanno nascosto tutto. Ai nostri tempi le punture le faceva chiunque e un minuto dopo, sentivi un mostro che ti sollevava e ti faceva volare.
Chi ha nascosto tutto?
Allenatori, calciatori, presidenti. Il sistema che ancora foraggia con le elemosine quelli capaci di non tradire. Gente che ogni mattina si alza con la paura e che continua a tacere anche se oggi, grazie agli ‘aiutini' farmacologici o è una lapide con un'incisione o recita da vegetale.
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Di chi parla Petrini?
Di quel piccolo uomo di Sandro Mazzola, che ha smesso di parlare al fratello Ferruccio. Di Picchio De Sisti, che nega l'evidenza nonostante la malattia. O del commovente Stefano Borgonovo. Uno che sta molto male, aggredito dalla Sla e che continua a sostenere che il pallone non c'entri nulla. Se non mi facesse piangere, verrebbe da ridere.
MAZZOLa
E invece?
Sono triste. Vedendo come sei e come potresti essere, persino peggio di ora, ti vengono mille domande senza risposte. Parliamo di gente che non ha respirato amianto o fumi in miniera. Ha inseguito una sfera e muore nell'indifferenza in una guerra non dichiarata. Non sono un dottore, ma non può non esserci una relazione tra le mie malattie e quelle di altri calciatori.
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Prova rancore?
A volte li sogno. Con i loro sorrisi falsi. Le loro bugie. Vorrei cancellarli. Non ci riesco.
Lei fu tra i protagonisti del primo calcioscommesse, quello della primavera 1980.
E oggi succede la stessa cosa. Partite combinate, risultati compromessi, soldi gestiti dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta.
La ‘ndrangheta forse uccise Bergamini. Lei ci scrisse un libro.
Che è servito per riaprire l'inchiesta, dopo più di 20 anni. Bergamini era l'ingenuo, il ragazzo pulito, smarrito in una vicenda più grande di lui. La scoprì, provò a uscirne e lo fecero fuori. Dentro la sua squadra, il Cosenza, c'era chi organizzava traffici di droga. Bergamini era l'anello debole e fu suicidato.
stefano borgonovo
Nel suo libro lei ha intervistato anche il compagno di stanza di Bergamini, Michele Padovano, appena condannato per traffico di stupefacenti. Il padre del calciatore Mark Iuliano lo ha chiamato in causa.
La sua condanna non mi stupisce. A fine intervista, Padovano si alzò di scatto, mi mandò a fare in culo e provò a distruggere la registrazione. Sono sicuro che lui sappia tutto della morte di Denis. Tutto. Bergamini ne subiva l'ascendente. Del padre di Iuliano non so cosa dire, su Mark si raccontavano tante cose, non solo sulla sua presunta tossicodipendenza. Si raccontava che mandasse baci alla panchina rivolti a Montero, un'ipotetica‘prova' della sua omosessualità.
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Dica la verità. Lei ce l'ha con la Juve, fin dal 1980.
Al contrario. La salvai. Nell'80 giocavo con il Bologna. Bettega chiamò a casa di Savoldi e ci propose l'accordo. Tutto lo spogliatoio del Bologna, tranne Sali e Castronaro, scommise 50 milioni sul pareggio. Prima della partita, nel sottopassaggio, chiesi a Trapattoni e Causio di rispettare i patti: ‘Stai tranquillo, Pedro, calmati', mi risposero.
Tutta la Juve sapeva?
Certo. Rivedetevi le immagini, sono su Youtube. Finì 1-1. Errore del nostro portiere, Zinetti e autogol di Brio. Bettega ce lo diceva, durante la partita: ‘State calmi, vi faccio pareggiare io'. La gente ci fischiava e tirava le palle di neve. Una farsa. Quando lo scandalo esplose, Boniperti e Chiusano mi dissero di scovare Cruciani e convincerlo a non testimoniare contro la Juve: se li avessi aiutati, loro avrebbero aiutato me. Fui di parola, incontrai Cruciani al cancello 5 di San Siro, ero mascherato. Una scena surreale. Lui accettò e la Juve si salvò dalla retrocessione. Ma alla fine pagai soltanto io.
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Le è rimasta la possibilità di raccontare.
Neanche quella. Ho dato fastidio a gente potente. Mi hanno minacciato di morte e poi coperto con gli insulti. Per i Savoldi e i Dossena ero un bugiardo, per Rivera un pornografo. Se l'era presa perché lo descrivevo per quello che era, una fighetta. I miserabili sono loro. Mi impedirono di andare persino a parlare nelle scuole. Zitto dovevo stare, ma non ci sono riusciti.
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E la scrittura?
Mi è rimasta solo quella. Il nuovo libro, Lucianone da Monticiano, è ancora su Moggi. Il mio compaesano. Uno che pur squalificato continua a ricattare e a fare il mercato di mezza Serie A. Ma non sarà l'ultimo.
Perché?
Mi dedicherò a ricordare mio figlio Diego. Morì a 19 anni di tumore, mentre chiedeva di vedermi e io ero in Francia, in fuga dai creditori. Non me lo sono mai perdonato. Gli farò un regalo. Proverò a sentirmi vivo. Sono distrutto e sofferente, ma non mollo. Vivere, ancora, mi piace.
Ci sarà tempo?
Non è detto. Penso sempre al giorno in cui ci sarà giustizia. Aspetto ma non viene mai.




Sarebbe interessante che qualcuno ci raccontasse cosa succedeva nei campionati dilettanti. Perchè che succedesse qualcosa è certo. Questo qualcosa accadeva con la patecipazione compiacente di qualche medico di famiglia e di solito era una libera scelta dei singoli giocatori. Alcuni "Dottori" ricevevano i  "malati" nei loro studi la domenica verso mezzogiorno e dopo una bella "siringata" ( 50/75 mila lire) li congedavano con una bella pacca sulla spalla e con la frase: " ci vediamo domenica prossima". Il fatto che descrivo è la testimonianza di un medico a cui avevo chiesto una cura ricostituente, poichè sentivo le gambe "molli". Cercò di convincermi che quella era la "terapia" più giusta e più efficace per giocare alla grande e per non sentire nessun tipo di "male". Mi disse: "vedrai, corri come un matto ed è facile che nemmeno ti accorgerai quando  l'arbitro fischierà la fine" E per essere ancor più convincente aggiunse: " Guarda che lo fanno tutti; se vieni in studio vedrai la fila e sono tutti giocatori di Promozione e serie D".   Ecco, io ero di Terza e quindi mi facevo bastare la Carnetina! Un'altra testimonianza diretta (anni 90) è quella in cui un allenatore, ci dava delle pilloline bianche, che a suo dire erano delle vitamine. Queste vitamine, ci venivano rifilate all'uscita degli spogliatoi prima di ogni partita e dovevano essere sciolte sotto la lingua. Logicamente (?!?) io la rifiutavo; mentre altri, lo so per certo, la prendevano e poi la sputavano. Ma c'era qualcuno che credeva alle speedy-vitamine e quindi le succhiava per benino. Caso strano, e più unico che raro nella mia carriera (rido), dopo 3 di questi rifiuti mi ritrovai in panca e quindi alla fine del Campionato dovetti andarmne dal mio amato Felegara. Un esilio, che durò fino all'esonero del Mister venuto da Parma. Queste le mie testimonianze dirette, perchè di indirette ce ne sarebbero tante, specialmente per quanto riguarda i "settori giovanili" delle squadre professionistiche e i ritorni all'ovile di molti mancati campioni. La frase che si sentiva all' ovile era questa: " al ne perà gnanca pu' un sugador. Ma co' i gan fat?". La risposta era sempre la stessa: " al na' miga thgnù bota!" Dove per botta, logicamente si intendeva "la cura".

Se anche tu, vuoi dire la tua, mandami una "segnalazione" o scrivi un commento qui sotto. L'anonimato è logicamente garantito.

bymanso




 
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